mercoledì 22 settembre 2010

Non è un paese per famiglie

Le tematiche inerenti la famiglia sembrano non trovare posto nell’agenda politica. Ci sarà altro di più importante di cui discutere, non c’è dubbio, ma pensare ogni tanto ad uno dei pilastri su cui si fonda il nostro Paese non sarebbe male.
L’Italia è tra gli ultimi in Europa per la spesa dedicata alla famiglia. Leggendo il dossier 2010 di Cittadinanzattiva, si nota che la spesa per la “protezione sociale” è pari al 26,6% del Pil, in linea con la media europea del 26,9%, ma solo il 4,6% del totale è destinato al capitolo “famiglia, maternità e infanzia”. Il restante 66,6% è destinato alle pensioni, il 26,5% al sistema sanitario e il 2,3% alla disoccupazione e ad altre forme di esclusione sociale.
Il 4,6% della spesa per la protezione sociale corrisponde all’1,4% del Pil (anche se in aumento rispetto all’1,2% dell’anno precedente), contro una media UE del 2,1%. Il nostro paese impallidisce se confrontato a Danimarca (3,7% del Pil), Svezia (3%) o con il 2,8% della Germania e il 2,5% della Francia.
A subirne le conseguenze sono soprattutto le donne. Le insufficienti risorse destinate alla maternità, fanno sì che quest’ultima venga vista dalle lavoratrici come una penalizzazione per la carriera e non hanno tutti i torti. Da uno studio condotto da Menageritalia emerge che il 25% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. L’abbandono dell’impiego è dovuto all’esigenza di accudire i figli. Esigenza che può condurre ad un peggioramento del rapporto di lavoro. Sull’assistenza per la prima infanzia, occupiamo sempre le posizioni più basse della classifica UE. La presenza di asili nido è del tutto insufficiente soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, in cui la copertura raggiunge percentuali ridicole come l’1,8% della Calabria. Non è un caso che il tasso di abbandono del proprio impiego, a seguito di una gravidanza, sia maggiore proprio nelle regioni con meno asili nido.
I problemi di conciliazione tra maternità e occupazione incidono negativamente sul tasso di natalità. In una ricerca pubblicata su Lavoce.info, Daniela Del Boca e Alessandro Rosina evidenziano come sia variato il numero di figli per donna in Emilia Romagna e in Campania. Le due regioni presentano livelli di occupazione femminile rispettivamente del 62% e del 27%. Negli ultimi 15 anni la prima è passata da un numero medio di figli per donna di 0,48 agli attuali 1,48, la seconda invece da 1,51 è scesa a 1,42. E’ importante notare come maggiori livelli di occupazione femminile non incidono negativamente sul livello delle nascite (come possono pensare alcuni), ma a giocare un ruolo determinante sono i servizi offerti dalle singole realtà locali.
Risorse insufficienti sono destinate anche per quel che riguarda gli assegni per nuovi nati, figli a carico, acquisto libri scolastici e altro ancora. Da questo punto di vista la Francia è la nazione che ha investito di più, ottenendo importanti risultati demografici (con una media di 2 figli per donna) e sociali (il tasso di occupazione femminile è del 60%, in Italia è del 47%, la Calabria non arriva neanche al 30%).
E’ ora che si cominci a rivalutare il ruolo della famiglia come principale fattore di sviluppo e crescita. Bisogna avviare una nuova fase, considerando ogni nuovo nato una risorsa futura per la comunità e un vantaggio economico per la famiglia, oltre che una gioia. Molte coppie rinunciano ad avere figli o ne rinviano il momento proprio per le preoccupazioni economiche che ne derivano. Bisogna intervenire per interrompere questa tendenza e invertirla con tutti gli strumenti necessari. Asili nido comunali, assegni familiari decenti, incentivi per le nuove nascite, assegni per l’acquisto di libri e altro, darebbero un impulso decisivo alla crescita sociale ed economica del nostro paese.

giovedì 16 settembre 2010

La deriva provincialista

Nord e sud, immigrati e italiani, nuove e vecchie generazioni, giustizialisti e garantisti. Il gioco dei contrapposti potrebbe continuare all’infinito, ma rappresenta in pieno lo stato attuale della nostra società. Sembra che per vivere meglio ci sia bisogno di un soggetto cui opporre le proprie aspirazioni. Ci sentiamo orfani di nemici, da ricercare in ogni situazione che viviamo.
Il fenomeno forse è sempre esistito, ma negli ultimi decenni ha assunto un altro aspetto. Mentre in passato la contrapposizione riguardava grandi blocchi ideologici, come Capitalismo e Comunismo, che dividevano intere aree geopolitiche, oggi il cerchio si è ristretto a un ambito provinciale.
La mancanza di un partito politico di sintesi, capace di mediare tra le diverse visioni del paese, sta aggravando il processo di frammentazione sociale. In un articolo pubblicato sul Sole24ore del 14 settembre 2010 firmato da Lina Palmieri, il politologo Paolo Pombeni parla di “partiti parrocchia” per definire il carattere provincialistico degli attuali partiti politici. Il termine utilizzato sintetizza perfettamente il nuovo modo di fare politica. I partiti nazionali stanno cedendo il passo a partiti locali espressione d’interessi specifici, spesso egoistici e contrapposti all’interesse generale.
Di conseguenza, più l’interesse diventa personale, più ci saranno altri interessi personali contrapposti. Non è un caso che negli ultimi anni sta aumentando il fenomeno del campanilismo all’interno di regioni, province e comuni. L’Emilia vuole staccarsi dalla Romagna, le provincie del Lazio non sopportano le dimensioni di Roma, per non parlare delle innumerevoli richieste di nuove province o le battaglie tra città per le assegnazioni di sedi distaccate di ministeri, assessorati e altre istituzioni. Dietro ogni fenomeno di localismo c’è sempre un partito politico (o un politico) che intende sfruttare la situazione per averne un ritorno elettorale.
Il problema è sempre lo stesso, l’interesse specifico prevale su quello comune. Gli ultimi interventi di Bossi e Calderoli vanno in questa direzione, proponendo un messaggio che mira a togliere agli altri piuttosto che proporre argomentazioni costruttive. Si esorcizzano i problemi che in una nazione sono normalissimi, come l’immigrazione, la delinquenza, la disoccupazione (solo per citarne alcuni), si trova qualcuno contro cui puntare il dito e poi si propongono soluzioni stravaganti come pseudo - rivoluzioni, pseudo - secessioni, ecc. . Tutto ciò avviene a livello nazionale e si ripropone facilmente anche ai livelli più bassi, perché si tratta di sfruttare una tendenza comune a tutti gli uomini che preferiscono cercare dei responsabili per le proprie difficoltà, piuttosto che riconoscere i propri errori.
Nell’attuale situazione di stress economico, che l’Italia sta attraversando, quello che si deve evitare è proprio la politica dei contrapposti. La scarsità di risorse non deve farci cadere nell’errore di pensare che ci manchi qualcosa per colpa di qualcun altro. La politica della riflessione deve prevalere sulla politica della pancia. Per far ciò serve un partito nazionale, responsabile, capace di esercitare una forza centripeta sintetizzante, per contenere le spinte centrifughe verso alla frammentazione sociale. E’ fondamentale, quindi, ricreare un partito che non sia alla stregua di una lobby massonica, una sommatoria d’interessi particolari, ma che sia capace di investire le proprie risorse economiche e umane in una politica d’interesse comune. Abbandonare il principio dell’orticello, per afferrare il treno della globalizzazione senza esserne travolti. Porre la propria fiducia nelle nuove generazioni, affinché anch’esse abbiano la possibilità di creare le condizioni per affrontare al meglio il futuro che li attende.

martedì 7 settembre 2010

Dalla leadership alla followship politica

I politici devono rappresentare il popolo. Ci mancherebbe altro.
Ma in che modo va intesa la rappresentanza? La classe politica deve limitarsi a ripetere ciò che il popolo vuole sentirsi dire o deve prendersi l’onere e la responsabilità di fare scelte difficili, soprattutto in tempi di crisi?
Allo stato attuale, la seconda scelta si esclude da sola. Non esiste un partito capace di esprimere nuove idee e prospettive, ma solo contenitori, autoreferenziali e poco rappresentativi. Lo strumento principale per fare politica è divenuto il sondaggio, attraverso il quale scegliere le parole giuste da dire per intercettare i sentimenti dell’elettorato. Di conseguenza, si sentono annunciare riduzioni di tasse per tutti (in periodi di crisi), promesse di stabilizzazione di centinaia per migliaia di precari (sapendo che non ci sono le risorse per farlo), sfruttare casi di delinquenza comune per alimentare lo spauracchio dell’immigrazione e altri slogan simili. Si è disposti a dire tutto il contrario di tutto, perché l’obiettivo non è più il benessere della comunità, ma il proprio bacino elettorale.
Nel concreto, il messaggio politico si è arenato sul mantenimento del vecchio, piuttosto che sulla creazione di nuovo consenso. Il ricorso alla paura e alle ansie, piuttosto che alla fiducia e alla speranza è la prova dell’assenza di contenuti e di un sistema conservatore all’italiana che cerca di mantenere lo status quo delle cose per non rischiare perdite nei consensi. La classe politica sconta sempre più il deficit di competenza dei suoi membri e la società subisce la mancanza di una guida responsabile e riformatrice. I messaggi politici del Partito Comunista, della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano erano ben definiti e trainavano (anche se non è sempre stato così) l’opinione pubblica rivendicando un ruolo primario nella formazione politica del paese.
Oggi, il messaggio è stato interamente sostituito dallo slogan, creato ad arte da esperti in pubblicità. Quest’ultimo dovrebbe essere solo uno strumento da utilizzare durante le campagne elettorali, ma nell’attività politica non può sostituire il primo.
Il messaggio è complesso e consente uno scambio d’informazioni, il confronto tra più soggetti, lo slogan è semplice e diretto, utilizzato solo per una comunicazione unilaterale. Non è un caso che, chi utilizza prevalentemente lo slogan come unica fonte di comunicazione e restio ad accettare qualsiasi forma di contraddittorio.
La capacità propulsiva e il coraggio propri della leadership politica non esistono più, tant’è che ormai è più corretto parlare di followship politica.
Ciò perché, si preferisce assecondare l’elettore (solo a parole) per mantenere il proprio consenso. Questo paradosso ha portato a una fase di stallo il paese. L’operaio che va a votare ed elegge un suo rappresentante si aspetta che quest’ultimo, avendo maggiori competenze e capacità politiche, riesca a migliorare la condizione della sua comunità. Questo non vuol dire assecondare tutte le richieste dell’elettore. E’ come se il genitore per far stare zitto il figlio piccolo gli permette di mangiare sempre dolci. Il bambino magari non farà più i capricci, ma crescendo avrà problemi alla salute.
Questa semplificazione serve per dimostrare come spesso prendere delle decisioni all’apparenza penalizzanti o impopolari, è necessario per rendere il futuro migliore per tutti. I “politici” non devono assecondare l’egoismo privato e gli interessi specifici, ma presentarsi ai cittadini con una "vision" (come dicono in America), con una prospettiva e avere la capacità di farla comprendere a pieno. La gente deve essere educata a sentirsi parte di una nazione, a contribuire per l’interesse collettivo sia economicamente, sia socialmente. Il fenomeno della scarsa competenza è esteso dai livelli politici più alti fino agli enti locali, in cui in alcuni casi si assiste a una vera è propria regressione della rappresentanza politica. Piuttosto che partecipare alla vita cittadina con proposte e denunce serie, molti politici locali preferiscono svolgere il compito di "disbrigo pratiche". Compilazione di modellini per sgravi fiscali, per rimborsi di affitti e altro ancora, stando attenti a fare sembrare tutto un favore fatto per amicizia. Su questo incide molto anche la cultura dei cittadini (soprattutto anziani), ma rimane il fatto che si cerca sempre di curare il proprio orticello, non accorgendosi di compromettere lo sviluppo di un’intera comunità.

lunedì 30 agosto 2010

Non è un paese per giovani


Se la generazione dei nostri padri era quella del posto fisso, quella dei figli è sicuramente quella del posto flessibile. Da quando i nostri genitori cominciarono ad affacciarsi nel mondo del lavoro ad oggi, ne è passato di tempo. O meglio, ne sono successo di cose.
Solo per citarne qualcuna, il crollo del muro di Berlino, l’Unione Europea, la globalizzazione, tutti eventi che hanno cambiato l’equilibrio geopolitico ed economico del mondo.
Nonostante questi e altri cambiamenti, il nostro paese ha condotto una politica contraddittoria e ingenua, priva di programmazione lungimirante, basata su un incessante ricorso al debito pubblico per soddisfare interessi specifici e di breve periodo.
E’ chiaro come un sistema basato sul debito non era sostenibile nel lungo periodo e che prima o poi bisognava fare i conti con gli oneri accumulati negli anni.
Per la prima volta nella storia, il tenore di vita dei “figli” sarà inferiore a quello dei “padri” e non solo. Oltre a redditi minori, le nuove generazioni si trovano ad affrontare minori certezze reddituali e minore protezione sindacale. Si guadagna di meno, non si sa se si guadagna e non ci sono regole adeguate con le quali difendersi.
Si sente parlare di tradimento del patto generazionale.
Il nostro sistema di welfare, soprattutto la parte delle pensioni, richiede ingenti risorse finanziarie. Tutto è andato bene (per i miopi) fino a che non sono venuti a mancare alcuni requisiti fondamentali. In primis una diminuzione del tasso di natalità, la continua dequalificazione del lavoro e la comparsa dei lavoratori poveri (coloro che percepiscono uno stipendio troppo basso) hanno compromesso la sostenibilità dell’intero sistema. Sono state attuate varie soluzioni, dall’introduzione di nuovi contratti di lavoro, alla riforma del sistema pensionistico, ma sempre seguendo il principio “mettiamo in salvo gli anziani, gli altri ancora sono giovani poi si vedrà”. Il passaggio al sistema pensionistico “contributivo” equivale a una fuga con la cassa da parte della generazione precedente. A parte l’esagerazione della similitudine, la riforma era necessaria perché il vecchio sistema "retributivo" (basato sulla solidarietà tra generazioni) non era più sostenibile, quindi per sistemare un po’ le cose si è scelto di calcolare la pensione in base ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa.
Non si è considerato, però, che allo stato attuale si riesce a versare qualche contributo a partire dai 30 anni.
Per farla breve una generazione ha usufruito di un sistema solidale, poi ha cambiato le regole dicendo “ora cavatevela da soli”. La flessibilità ha consentito una riduzione del tasso di disoccupazione, ma ha portato a una crescente dequalificazione del lavoro e l’insorgere di una categoria di giovani, che nonostante abbiamo un titolo di studio superiore a quello dei genitori hanno un reddito insufficiente.
Molti giovani con un’età inferiore ai 35 anni, lavorano (anche con contratti a tempo indeterminato), ma percepiscono uno stipendio basso, spesso inferiore ai 1.000 Euro o comunque non sufficiente per rispondere alle proprie esigenze o a quelle della propria famiglia.
Le riforme del mercato del lavoro sono state fatte seguendo la logica dei numeri, in questo caso l’obiettivo è stato la diminuzione del tasso di disoccupazione, tralasciando un altro aspetto del lavoro. Lo standard di “lavoro dignitoso e produttivo”, definito in ambito internazionale, è ancora lungi dall’essere perseguito. Le conseguenze di ciò sono la sensazione d’inutilità, l’insicurezza e la vulnerabilità che impediscono a un’intera generazione di dare il proprio contributo economico e di cambiamento all’intera società. L’instaurarsi di una forma di “gerontocrazia” chiusa e autoreferenziale, presenta evidenti limiti nell’affrontare i cambiamenti in atto nel mondo. Dalle nuove crisi finanziarie, ai cambiamenti geopolitici, al nuovo rapporto con l’ambiente e con le fonti di energia, si ha la sensazione che il nostro paese stia perdendo il passo con i tempi, mentre è ancora impegnato a discutere su vecchie ideologie scomparse, su secessioni e reality show.

martedì 25 maggio 2010

Local disutility

In inglese, con il termine "local utility", che letteralmente significa "utilità locale", si intendono tutte quelle aziende partecipate da un ente pubblico. In Italia corrispondono alle famose "municipalizzate", anche se, viste le condizioni economiche in cui versano, sarebbe più corretto definirle "local disutility".
La prima legge che ne disciplinava la costituzione risale al 29 marzo 1903. La legge Giolitti (dal nome del suo firmatario) stabiliva le norme per l’assunzione diretta dei servizi da parte degli enti locali e dettava le regole per la costituzione di quelle che diventeranno le “attuali società partecipate”.
Quella legge rappresentò il “big bang” dal quale nacque l’universo delle cosiddette “municipalizzate” che continua inesorabilmente ad espandersi. Attualmente i dati parlano di un vero e proprio business (tutt'altro che economico) per la classe politica.
Il peso sulle economie regionali non è molto rilevante in percentuale al Pil, ma si calcola che a livello nazionale le circa 434 società partecipate da Regioni diano occupazione a oltre 266mila persone. Da questo punto di vista, a primeggiare, sono le regioni del Sud (Campania in testa) peraltro quasi tutti in perdita, mentre il Trentino Alto Adige e il Veneto sono le regioni più “virtuose” che riescono a mantenere costi del personale accettabili e a ottenere leggeri utili.
Il Governo Prodi aveva previsto una norma che interrompesse il proliferarsi di aziende municipalizzate e vietava agli enti locali di costituire società senza che fossero effettivamente necessarie al perseguimento di precise finalità istituzionali. La norma prevedeva anche la dismissione delle quote in quelle aziende che non rispondevano ai requisiti precedenti. Purtroppo, come spesso avviene, la norma fu soggetta a rinvii e proroghe, lasciando inalterato il sistema preesistente.
Spesso accade che l’esistenza di società pubbliche non trova una giustificazione né dal punto di vista economico, né da quello dei servizi ai cittadini. Anzi, la loro presenza in determinati settori compromette la libera concorrenza, contribuendo alla generazione di diseconomie di mercato.
La creazione o il mantenimento di una “partecipata” è dovuto a vari motivi. Eliminando i casi in cui è reso un servizio reale ai cittadini, gli altri rispondono a necessità politiche. Tramite queste imprese si possono aggirare i limiti alle assunzioni che le amministrazioni locali devono rispettare per contenere il debito pubblico. Inoltre si possono offrire posizioni di prestigio a politici “trombati” (assicurandogli lauti stipendi) cui i partiti devono riconoscenza. Considerando che la maggior parte di queste aziende non genera reddito che giustifichi gli investimenti fatti e che spesso non offrono ai cittadini dei servizi sufficienti, la reale motivazione che sta dietro all’espansione di questo fenomeno è (neanche a dirlo) il “clientelismo”. Durante le campagne elettorali, non ci sono promesse più efficaci di quelle relative ad un posto di lavoro. Questo soprattutto per le classi sociali più deboli, come padri di famiglia senza occupazione e giovani.
Il fenomeno è concentrato soprattutto nel Mezzogiorno, in cui il disagio sociale porta alla disperata offerta del proprio voto o di quello dei propri familiari in cambio della speranza (spesso vana) di ottenere una sistemazione da “qualche parte”.
Il circolo vizioso che ne scaturisce porta queste aziende a essere “riempite” di personale (in alcuni casi la relativa spesa supera il 70% dei costi totali) e ad essere perennemente sottocapitalizzate. Tutto ciò si ripercuote sui cittadini che non solo pagheranno le tariffe dei servizi offerti e ma anche le ricapitalizzazioni fatte (ogni anno) dagli enti locali per evitare i fallimenti delle “partecipate”.
La gente non si accorge che ogni volta che acquista un biglietto dell’autobus, lo paga il doppio (se non addirittura il triplo).

mercoledì 19 maggio 2010

Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di trasmigratori ... e di funzionari

Normalmente si investe in quello che si vorrebbe diventare. C’è chi investe tempo e denaro per diventare avvocato, chi invece per diventare imprenditore, chi per fare una carriera accademica ecc…
Un governo che taglia i fondi alle università, che futuro ha in mente per i suoi cittadini?
Forse alla fine, in un paese come il nostro la “ricerca” a che serve? Fare “ricerca” non comporta un ritorno elettorale, non si può fare “clientelismo” e poi le ricercatrici con quel camice bianco e lungo non fanno vedere niente. Meglio tagliare queste spese inutili.
Conviene utilizzare risorse pubbliche per i funzionari del parlamento o per i portaborse dei parlamentari. In questo modo si crea occupazione, si ha un buon ritorno elettorale, si possono fare e ricevere favori e si possono assumere belle ragazze in minigonna magari.
La cosa sembra divertente, lo è un po’ meno se si pensa che alla fine stiamo diventando un paese di questo tipo. La notizia recente è il nuovo taglio alla “ricerca” di circa 1 miliardo di Euro perpetrato da questo Governo. La sforbiciata alle finanze degli Atenei è del 14%, dato abbastanza consistente se si pensa che i fondi per le università diminuiscono col passare degli anni.
Di contro i vari funzionari del parlamento, oltre ai soliti consulenti e portaborse di deputati e senatori si vedono aumentare stipendi, pensioni e benefit. Sulla rivista ItaliaOggi del 18 maggio a pagina 3, ci sono alcune cifre che fanno capire la dimensione dello spreco in atto. Per esempio, la Camera dei Deputati mette a disposizione, di alcuni consulenti e dipendenti, circa 10.000 euro all’anno per i posti auto. Per non parlare del trattamento previdenziale che è cresciuto del 7,2% per le pensioni degli ex dipendenti del Senato e dell’8,36% per quelli della Camera. Tutto ciò mentre in Italia uno dei problemi principali sono proprio le pensioni. A questo va aggiunto che al Senato i costi per benefit vari sono aumentati di oltre il 4%.
Una classe politica anacronistica non solo non intraprende iniziative valide a contenere la "fuga di cervelli" verso l’estero, ma sembra volerla incoraggiare. A questo punto è chiaro che si preferiscono i centri massaggi alle università. Il messaggio che si manda alle future generazioni è chiarissimo: invece di dedicarsi alla cultura attraverso anni di studio e sacrifici, conviene “legarsi” a un parlamentare e per le donne in alternativa diventare massaggiatrici. Certo che se al taglio dei fondi per le università si aggiungono i tagli alla cultura fatti dal Ministro Bondi “non ci resta che piangere”.
Comunque bisogna dire che il Governo ha intenzione di tagliare anche gli stipendi di Ministri e Parlamentari del 5% (quanto??). Non ho capito bene, 5% vuol dire che chi guadagnava 10.000 Euro al mese, dopo il taglio ne guadagnerà 9.500?

martedì 18 maggio 2010

Prove di federalismo?

In considerazione del mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dai piani di rientro e dagli equilibri di finanza pubblica, il Consiglio ha concordato circa l'impossibilità di esprimere l'intesa prevista dall'art.2, comma 90, della legge finanziaria per il 2010 e di non potere pertanto consentire alle Regioni Lazio, Campania, Molise e Calabria di utilizzare le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, relative ai programmi di interesse strategico regionale, a copertura dei deficit del settore sanitario”.
Con il comunicato di cui sopra, il Consiglio dei Ministri ha negato i Fondi Fas per sanare i deficit sanitari di quattro regioni, Lazio, Campania, Molise, Calabria.
Il disavanzo generato dalla regione Calabria tra il 2001 e il 2007 secondo alcuni ammonta a circa 2,166 miliardi di Euro, secondo la Regione a circa 1,2 miliardi.
In entrambi i casi sono cifre da record negativo, considerando che il livello dei servizi sanitari offerti è decisamente scarso. La cattiva gestione del settore ha portato i conti regionali in un rosso perenne, che peggiora di anno in anno, basta considerare che nel 2008 (anno non considerato nel dato precedente) sono stati accumulati ulteriori debiti per oltre 120 milioni di Euro. Un’emorragia (per rimanere in ambito sanitario) inarrestabile che ha prosciugato le casse regionali e come spesso accade in questi casi, per risanare i disastri finanziari devono intervenire i cittadini pagando di tasca loro, quello che altri hanno dissoluto.
I Ministri Tremonti e Fazio (più il primo però) hanno lanciato un monito alle amministrazioni decentrate, dicendo che non saranno tollerati comportamenti non virtuosi e chi continuerà ad operare al di fuori del patto di stabilità dovrà renderne conto ai cittadini, che saranno chiamati a ripianare i debiti fatti dalla politica. Inoltre il Ministro della Salute, contesta alle regioni in questione la mancanza di un programma per rientrare dal deficit e la cattiva abitudine di pensare ai Fondi per le Aree Sottosviluppate come a un “bancomat”. Proprio la certezza di un intervento da parte dei vari Governi per risanare i deficit regionali, ha disincentivato i politici locali ad adottare comportanti tesi a razionalizzare la gestione sanitaria, con la conseguenza della crescita del gap tra servizi offerti e spese sostenute. Le gestioni scellerate sono dovute a due motivi, il primo è l’incompetenza dei politici, che nominano i vari dirigenti solo per motivi clientelari, il secondo è che la sanità viene usata come un’enorme bacino elettorale in cui concentrare la maggior parte della spesa, con la speranza che i vari buchi siano ripianati dai contribuenti nazionali. Come già annunciato dal Presidente Scopelliti, bisognerà aumentare le addizionali regionali dell’Irpef e dell’Irap (peraltro già al massimo), oltre ai vari ticket sanitari. Si tratta della solita morale della favola, alla fine chi paga sono sempre i cittadini.
Sui Fondi Fas sono state fatte molte polemiche, fin dai primi tempi dell’insediamento del nuovo Governo. Si sospetta che parte di essi siano stati dirottati verso altre regioni, forse del settentrione, per effetto delle pressioni delle Lega.
Poiché le quattro regioni “canaglia” sono tutte di centro-destra, possibile che il Governo amico neghi questi aiuti rischiando di compromettere il rapporto con gli elettori?
Le risposte possono essere due, la prima, ben augurante, fa pensare a un segno di discontinuità rispetto al passato e a un assaggio di federalismo con l’obiettivo di responsabilizzare gli amministratori locali. Per quanto riguarda la seconda invece, più maliziosa, non vorrei che l’aiuto sia stato negato perché i Fondi Fas non ci sono più, in quanto destinati ad altre aree del paese.