mercoledì 27 ottobre 2010

Il sacco generazionale

Il sistema pensionistico e le riforme sul mercato del lavoro sono alcuni dei tanti guai che la generazione passata lascierà in eredità a quella futura. L’irresponsabilità della politica, l’opportunismo dell’industria e dei sindacati, hanno compromesso l’equità sociale del nostro paese. Il paradosso che ne è scaturito, contrasta persino con le leggi della natura. Di solito sono i vecchi a sacrificarsi per i giovani. In Italia è avvenuto, o meglio sta avvendendo, il contrario. 
Ad un certo punto si è capito che i sistemi lavorativo e pensionistico non erano più sostenibili per vari motivi. Elevato debito pubblico, invecchiamento della popolazione e disoccupazione sono alcune tra le principali cause. Ma il problema su cui discutere è un altro. 
La nostra classe politica è restia a prendere decisioni impopolari, mentre è molto propensa a spostare l’onere delle scelte più difficili a “chi viene dopo”. E’ stato fatto questo quando si ricorreva all’indebitamento pubblico senza pensare (o meglio senza far capire alla gente) che prima o poi i debiti si pagano. Stessa cosa quando è stato introdotto il lavoro flessibile senza un’adeguata tutela dei lavoratori e quando è stata fatta la riforma pensionistica pensando solo ad una parte del paese è abbandonando l’altra. 
Abbandonando l’altra perché, invece di fare un scelta più equa tra la generazioni, si è deciso di fare un taglio netto. Una parte continuerà a ricevere la pensione con il vecchio sistema retributivo (basato sulla solidarietà generazionale), agli altri, più precisamente a quelli che hanno versato il primo contributo dopo il 31 dicembre 1995, sarà applicato il nuovo sistema contributivo. In pratica riceveranno meno e andranno in pensione più tardi. 

A riguardo la tabella, mostra la presunta età pensionabile in base all’anno di nascita e all’anno in cui si è iniziato a versare i contributi. Supponiamo che Paolo (nome di fantasia) sia nato nel 1977 e abbia iniziato a versare i contributi a circa 27 anni. Se incrociamo i dati sulla tabella scopriamo che, orientativamente, l’età pensionabile è di 66 anni. Se confrontiamo il dato con un nato nel 1960 a parità di inizio dell’età contributiva notiamo come la pensione arriva con 2 anni di ritardo. Vabbè, 2 anni potrebbero anche essere accettabili se non fosse per due ragioni. La prima riscontrabile direttamente dal grafico. Notiamo, infatti, che la casella che corrisponde a 66 anni è rossa. Vuol dire che è probabile uno slittamento in avanti dell’età pensionabile di circa 3 anni. Ciò vuol dire che la pensione potrebbe arrivare a 69 anni. La seconda è che con l’ultima riforma, l’età pensionabile sarà agganciata all’aspettativa di vita. Vuol dire che all’aumentare di quest’ultima si allontanerà anche il momento della pensione. Tradotto significa che per molti giovani c’è il rischio, fondato, di andare in pensione ad oltre 70 anni di età. Stesso discorso vale per l’importo della pensione che in base ai calcoli (previsionali), sempre in riferimento all’esempio precedente, dovrebbe aggirarsi intorno al 56% dell’ultima retribuzione. Se prima si aveva un reddito di 1.500 Euro nette al mese, l’assegno pensionistico sarà di circa 850 Euro mensili. 

Le nuove generazioni si sono trovate in mezzo ad un triangolo che le ha strangolate. Da una parte la politica che ha gestito (e continua a gestire) il paese in modo irresponsabile e scellerato. I sindacati che hanno limitato la loro tutela solo ad alcuni tipi di lavoratori (il grosso degli iscritti), lasciando senza protezioni la stragrande maggioranza dei giovani e dei precari. L’industria ha approfittato delle nuove forme di lavoro flessibile solo per riduzione dei costi aziendali, evitando le assunzioni a tempo indeterminato e condannando i lavoratori alla precarietà eterna. 
Il risultato è quello di aver lasciato metà del paese (i più colpiti sono i nato dopo il 1970 che sono circa 28milioni di persone) senza presente e con poche prospettive per il futuro. Ma non è finita. Le scelte politiche degli ultimi tempi non lasciano sperare niente di nuovo. I tagli alla scuola e all’università rischiano di compromettere anche la formazione culturale. 
Forse, ripensandoci, viste le prospettive, tagliare i fondi per l’istruzione è giusto, anche perché a che serve ad un ragazzo studiare se alla fine il suo futuro sarà in un call – center?

mercoledì 20 ottobre 2010

Tiro alla fune

Ci risiamo.
La manifestazione della Fiom a Roma ha riacceso il dibattito all’interno del PD tra coloro che erano a favore di una partecipazione attiva e coloro che rivendicano l’autonomia del partito. Come al solito il confronto tra le diverse correnti non si è fatto all’interno, ma è stato esternalizzato in una miriade di prese di posizioni personali (o di corrente) differenti. 
Visto da fuori, il partito appare confuso e senza una linea unitaria capace di sintetizzare le varie anime che lo compongono. Le divisioni indeboliscono la leadership, già di per sé debole. Il segretario nazionale, Bersani, nel tentativo di tenere tutti insieme preferisce non decidere. 
A questo punto è lecito porsi una domanda. Se il leader non decide, allora a che serve? Tanto vale, creare una specie di consiglio di amministrazione, un consiglio di segreteria, con i capi di tutte le correnti interne al partito. Non vedo altre soluzioni se neanche le primarie consentono di eleggere un segretario forte. 
A parte l’ironia, per quanto tempo pensano di poter continuare così? Il dato certo è che questo tiro alla fune non può durare all’infinito e solo una leadership forte può far rientrare tutti nei ranghi. La fase di stallo che si sta attraversando sta costando cara in termini elettorali, perché altri partiti, come IDV, SEL, i Grillini, ma anche l’UDC e FLI, stanno acquisendo consenso proprio nel bacino elettorale potenziale del PD. 
L’ambiguità che caratterizza l’attività del partito sta lasciando il centro sinistra senza coordinamento e facilitando la vita al governo che opera senza una vera opposizione. Sui temi più importanti non siamo ancora in grado di parlare con una voce chiara e univoca. In un’intervista Bersani ha affermato che “il compito del partito è avere un progetto suo e non misurare le distanze da un sindacato”. Bene, ma quanto tempo bisogna aspettare prima di avere questo progetto? Continuiamo a ripetere frasi fatte e retoriche, senza seguito nei fatti. Le contraddizioni che scoppiano proprio in concomitanza di alcuni eventi sono il segnale della mancanza di una linea unitaria. Neanche l’evidente crisi di Berlusconi è riuscita a fare da scatenante per la definizione di una politica comune. I dubbi da parte degli elettori e dei suoi stessi iscritti restano molti. 
La conclusione, a cui lentamente si arriverà, sarà quella di capire che senza una svolta generazionale, senza un innesto di nuove idee e nuove prospettive questo partito sarà condannato a navigare in un limbo politico. Così come sta avvenendo in Calabria, dove si stanno proprio scontando le “non decisioni” (che andavano prese in passato) dai dirigenti nazionali che hanno permesso alla lobby loieriana di affondare il PD Calabrese. Chi pensava che per creare un nuovo partito sarebbe bastata solo una nuova nomenclatura si è sbagliato e si sbaglierà ancor di più chi pensa di poterlo dirigere senza assumersi la responsabilità di decidere.

lunedì 18 ottobre 2010

Figli di ...

Dopo Renzo, figlio di Umberto, ora tocca a Geronimo, figlio di Ignazio, a Eros, fidanzato di Michela e Massimiliano, figlio di Bruno. Escludendo il primo, che dopo essere stato bocciato a scuola da professori chiaramente meridionali, per premio e per le sue indiscusse capacità, il papà l’ha fatto candidare ed eleggere consigliere regionale in Lombardia, Geronimo, Eros e Massimiliano sono nuovi membri del Cda dell’AC Milano.
Tempo fa, dopo le dimissioni di alcuni consiglieri di amministrazione dell’Automobile Club di Milano, l’associazione è stata commissariata dal Ministero del Turismo. Quest’ultimo ha pensato di cambiare il vecchio Cda con membri più “giovani”. 
Benissimo verrebbe da dire. Se non fosse che tra questi membri (tutti, chi più chi meno, con un bel conflitto d’interessi alle spalle) ci sono il figlio del Ministro alla Difesa La Russa, il fidanzato del Ministro al Turismo Brambilla e Massimiliano Ermoli, figlio di Bruno uno degli uomini più vicini al Premier. 
Altro che rinnovamento del Cda, mi sa che si sono proprio sistemati i parenti. Questi guardano alla sostanza, al cosiddetto “quibus”. Non sono superficiali, sono persone concrete, che sanno quello che vogliono. Non si lasciano confondere da fuorvianti parole come “Meritocrazia”. Anzi come direbbe il famoso Cetto Laqualunque, interpretato da Antonio Albanese “… ‘nto c… alla meritocrazia”. 
Tutto ciò avviene in un periodo di crisi economica, in una fase di difficoltà generale che colpisce soprattutto i giovani. Le ultime rilevazioni Istat parlano di un tasso di disoccupazione giovanile quasi al 30%, con alcune regioni (meridionali) in cui supera il 40%. Considerando che buona parte degli occupati ha un lavoro flessibile, tipo call - center, ci rendiamo conto che si tratta di numeri da allarme sociale. 
Questo, però, riguarda il mondo di sotto, non quello di sopra. Nel primo esistono le crisi, si possiedono lauree e non si trova lavoro, si viene arrestati quando si commettono reati e si pagano le tasse. Insomma è un mondo proprio brutto. In quello di sopra invece regna l’ottimismo, non esistono crisi economiche e nel caso si verificassero vengono subito superate, si possono commettere reati e non essere arrestati oppure si possono raccontare bugie e contraddirsi senza rendere conto a nessuno. 
Il messaggio che si manda ai cittadini è sempre più inquietante. E’ incredibile come nella nostra società sia ancora determinante l’appartenenza o il legame parentale. La mobilità sociale si sta appiattendo, per non parlare del merito che non conta quasi più nulla. 
In Italia le persone “normali” sono diventate i veri clandestini. 
Quando qualcuno vince un concorso, la prima cosa che ci si chiede è dove avrà trovato la raccomandazione. Non si pensa ai meriti che si possono possedere, ma s’indaga su chi può averlo favorito. 
Siamo abituati a convivere con questo meccanismo, tant’è che sembra quasi impossibile fare carriera o avere successo solo con le proprie forze. Viviamo in una specie di realtà distorta, in cui bisogna “pagare per vendersi” come diceva Balzac. "Chi appartiene a …”, “chi fa parti di …” e soprattutto “chi è figlio di …” non vuole vedere questa “distorsione”. Anzi cerca di farla passare per la normalità. Per chi invece capisce di vivere in una società di questo tipo, la realtà appare demoralizzante al limite con la fantascienza. Da qui l’irritazione nel vedere persone, chiaramente incompetenti, ricoprire il ruolo di parlamentari o addirittura ministri oppure il Presidente del Consiglio fare il cretino con ragazzine o raccontare barzellette.

giovedì 7 ottobre 2010

Ai confini dello Stato

Discendendo la penisola, superata la Capitale, si attraversa un confine invisibile. Oltre questo confine c’è il Sud. Inizia la parte meridionale dello stivale. Inizia il Far Sud italiano, il fronte della lotta tra Stato democratico e antistato. 
Da qualche anno in Calabria si assiste a un incremento del fenomeno violento della ‘ndrangheta. Le minacce subite dai giudici a Reggio Calabria, l’aumento d’intimidazioni ai danni di sindaci, le aggressioni agli imprenditori, l’incremento degli omicidi, sono segni inequivocabili di una ‘ndrangheta molto attiva sul territorio. Inoltre si registra un aumento delle attività criminali delle ‘ndrine (così si chiamano le succursali delle holding delle famiglie ‘ndranghetiste) al Nord Italia in particolar modo a Milano, dove sembra si siano accorti dell’esistenza del fenomeno solo da qualche anno. Forse dove non si tratta di propaganda e quote latte la Lega preferisce tenersi alla larga. 
In provincia di Catanzaro, negli ultimi due anni, sono aumentati gli omicidi, alcuni dei quali effettuati davanti alla popolazione civile in pieno giorno. A Soverato, importante località turistica della provincia e della regione, quest’estate un uomo è stato assassinato sulla spiaggia davanti alla propria famiglia alle 19,00, orario in cui la spiaggia e la cittadina erano affollate di turisti. Nello stesso periodo a Palermiti, paesino montano sempre in provincia di Catanzaro, un uomo è stato ucciso durante la festa patronale, mentre aveva in braccio il figlio piccolo (rimasto ferito nell’agguato). Per non parlare della cosiddetta “Faida dei Boschi” che sta coinvolgendo il basso ionio catanzarese, l’alto ionio reggino e le serre vibonesi, degli attentati di Reggio e dell’escalation di criminalità che sta colpendo anche il capoluogo di regione un tempo considerato l’isola felice della Calabria. Senza considerare altri omicidi, sparizioni e aggressioni che deprimono la parte civile e demoralizzano soprattutto i giovani calabresi. 
Attraversando alcune aree della regione si capisce di essere in zone off-limits. Il paesaggio è caratterizzato da casolari, costruzioni, opere pubbliche incompiute e abbandonate. Il degrado è elevato e i segnali stradali sono pieni di fori di proiettile. In molti casi la popolazione civile è assuefatta a vivere in queste condizioni. Tant’è che si sente spesso ripetere la frase “… ma noi non c’entriamo niente, s’ammazzano tra di loro”. Chi pensa questo s’illude, ingenuamente, che si può convivere con la ‘ndrangheta. La maggior parte degli omicidi e atti criminali vengono compiuti per motivi economici, per affari come dicono loro. La ‘ndrangheta è innanzitutto un’organizzazione economica che cerca di ottenere profitto senza rispettare le regole. Il problema è che questi, gli affari li fanno a discapito della società civile. 
La loro attività compromette la realizzazione d’importanti e vitali opere infrastrutturali, impedendo l’emancipazione culturale, lo sviluppo turistico, facendo strozzinaggio ai piccoli imprenditori, impedendo la governabilità della regione e costringendo parecchi giovani ad andare via. E’ vero si ammazzano tra di loro, ma lo fanno per decidere chi ha il “diritto” di sfruttare la società civile. Sono come un cancro che avanza e cerca di prendere il controllo di un corpo sano, indebolendolo sempre di più. 
Non si può convivere senza rinunciare a una fetta della propria libertà. Se questo cancro non porta al decesso, comunque non consente di vivere libero. Qualche settimana fa, è stata organizzata una manifestazione a Reggio Calabria in risposta alla bomba fatta esplodere di fronte l’abitazione del Procuratore Generale Di Landro. L’evento è stato organizzato dal Quotidiano della Calabria. 
Ebbene sì, non è stata organizzata da un partito politico, da un personaggio politico o da chiunque abbia ricevuto il mandato a rappresentare i propri cittadini, ma da un giornale.

lunedì 4 ottobre 2010

Questione di malcostume

Il fallito agguato al direttore Belpietro è l’ultimo atto di un clima politico e sociale troppo teso. La sensazione è che siamo vicini al punto di non ritorno. 
La degenerazione della politica sta conducendo il paese oltre il confine tra ciò che è lecito e ciò che non è lecito. 

E’ lecito attaccare gli avversari politici mediante i contenuti e la dialettica, non è lecito farlo ricorrendo a falsità e ricatti. E’ lecito mantenere lo scontro politico entro livelli socialmente accettabili, non è lecito portarlo all’interno della società civile. E’ lecito coinvolgere emotivamente l’elettorato, non è lecito sfruttare l’emotività per scopi elettorali. 

L’attuale dibattito politico non è più sostenibile da un paese che deve affrontare numerose difficoltà e che si sente poco protetto dai suoi rappresentati. E’ diffusa in molti, la convinzione che ormai per tirare avanti bisogna cavarsela da soli. Come se non facessimo parte di una comunità. 
Il malcostume politico in atto da diversi anni, sta compromettendo la coesione sociale e favorendo l’affermazione di un rancore diffuso che diventa sempre più difficile da gestire. La responsabilità politica è a livelli minimi. Basta leggere i quotidiani o assistere ai dibattiti in Tv. Si spara a zero su tutto pur di prevalere sull’avversario. Si ricorre alla “diffamazione” per intimidire chi tenta di criticare e si fanno proclami pubblici contro le istituzioni dello Stato. Tutto ciò per difendere interessi personali o specifici. La querelle tra Berlusconi e Fini ne è un esempio evidente. Il Presidente della Camera fu addirittura avvertito su un quotidiano che avrebbe subito gravi ripercussioni se avesse continuato a esprimersi liberamente. Così è stato, oltre all’espulsione dal PDL,  si è visto catapultato in uno “scandalo” immobiliare che comunque poco ha a che fare con la politica. 
La sobrietà è stata sostituita dagli eccessi. Il confronto dallo scontro. 
Non è un caso che in questo clima, sembra, siano spariti dalle TV gli intellettuali. Quella classe (da sempre scomoda a molti) che con il loro pensiero libero e innovativo favorisce la creazione di una coscienza sociale critica. Negli ultimi anni non c’è un libro, un film, un’opera o un’invenzione che abbia fatto parlare il mondo dell’Italia. Il nostro paese viene citato solo riguardo alle spregiudicatezze del suo Presidente del Consiglio. Il vuoto lasciato dal pensiero è stato occupato dalla leggerezza dell’essere, dalla deresponsabilizzazione dell’individuo. 
E’ così vediamo apparire, sul principale mezzo di comunicazione di massa, tanti "signor nessuno” armati di retorica, ripetere frasi fatte per apparire meritevoli di essere famosi. Coloro sono i protagonisti utilizzati per compiere il processo di disgregazione sociale in atto. Sono coloro che contribuiscono alla creazione del nulla. Il loro compito è coprire la realtà, mascherandola con falsi miti, come l’eterna giovinezza, il guadagno facile, la normalizzazione di comportamenti censurabili quali l’uso di droghe o il sesso facile. Il problema principale è che, a esserne più esposti sono le classi adolescenziali, che rischiano di crescere con false prospettive e senza punti di riferimento stabili. Tutto ciò è aggravato dalle continue strapazzate che i governi stanno dando alla scuola. 
Intanto il vuoto politico si allarga e il paese rimane senza una guida. Impegnato a discutere su escort, case e tenere sempre il dibattito fermo sulle continue “querelle” che vedono coinvolto Berlusconi. Non viviamo in una dittatura, ma sicuramente stiamo assistendo ad una trasformazione della democrazia in senso negativo. Il processo è in continua evoluzione, non si sa quanto durerà e a cosa porterà. E’ necessario riportare il dibattito politico a livelli sostenibili dalla società, deve finire lo scontro tra le varie istituzioni dello Stato democratico, altrimenti si rischia di uscirne con le ossa rotte.

venerdì 1 ottobre 2010

... e ho detto tutto


Mancava solo che chiudesse il discorso dicendo “…e ho detto tutto”. Famosa frase recitata dal grande Peppino De Filippo nell'immortale film “Totò, Peppino e la malafemmina”.
In effetti,  il Presidente del Consiglio ha detto tutto, ma davvero tutto, con la solita retorica che ha sempre contraddistinto il suo modo di fare politica. Niente di nuovo quindi, i soliti discorsi immaginari di un personaggio contraddittorio completamente distaccato dalla situazione reale che sta attraversando il paese. Ci sarebbe dovuto essere, Totò, che (nel medesimo film), risponde stizzito al fratello (Peppino) con la frase“… ma che dici co st’ho detto tutto che non dici mai niente”.
“I cinque punti di ribollita”, come l’ha definita il segretario del PD Bersani. D’altronde non si possono fare altri commenti a un discorso nel quale sono ripetute, da oltre 15 anni, le solite cose. Può essere normale anche addormentarsi durante il dibattito al Senato, com’è successo allo stesso Berlusconi, costretto ad ascoltare (oltre al suo discorso), interventi al limite del vaneggiamento come quello del Sen. Cirrapico (74 anni) che nell’accusare Fini di tradimento utilizza uno strano paragone di stampo anti-semita. Dopo tutto, non si può pretendere la massima lucidità da persone anziane. 
A dir la verità, se si trattasse di un’opera teatrale sarebbe anche piacevole assistervi, se non fosse che si tratta della nostra classe dirigente. Di quelli che comandano insomma e che spesso dimenticano che stiamo attraversando una fase economica molto delicata, in cui altri paesi a noi vicini sono riusciti a prendere le giuste contromisure strutturali (no una tantum) economiche e politiche. A riguardo è di pochi giorni l’elezione del nuovo leader dei laburisti inglesi, Ed Milliband (41 anni). Il suo compito è quello di capo dell’opposizione al governo inglese guidato dal Premier David Cameron, anch’esso un quarantenne. Si tratta di proporre gente nuova per affrontare problemi nuovi. 
In Italia invece si assiste a un continuo riciclo d’idee e di volti, i promotori di rinnovamento sono le stesse persone dalle quali si dovrebbe cambiare. Tutto falsato dall’inizio, tutto nasce con un peccato originale che ne compromette il sano sviluppo. Così come non è stato innovatore il Partito Democratico, non lo sarà FLI e tantomeno i vari partitini che nascono come funghi. Non può essere nuova una cosa creata da un vecchio, quest’ultimo può solo gettare le basi per qualcosa di nuovo, mettere a disposizione l’esperienza, ma proprio per il fatto di essere nuova deve essere gestita da persone nuove, altrimenti è comunque vecchia. 
Si è parlato in questi giorni, da ambo le parti, di teatrino della politica, ognuno accusa l’altro di farne parte e sembra che Bersani abbia addirittura individuato l’impresario (anche se non c'erano dubbi su chi fosse).
Forse si tratta veramente di un teatrino, hanno ragione, ma il problema è che non si sono accorti di esserne tutti protagonisti. Ognuno ha il proprio ruolo, ci sono gli attori principail, ma anche quelli minori. Nel PDL c’è un unico regista a cui piace produrre spettacoli esilaranti e di fantascienza, nel PD c’è un pool di direttori di scena che prediligono spettacoli malinconici, nella Lega invece il regista è un comico. 

Insomma, ognuno mette del suo per continuare a tenere in vita il teatrino.
E pensare che ancora non siamo in campagna elettorale. 

Allora si che ne vedremo delle belle.

lunedì 27 settembre 2010

Come il due di briscola

Nell’assegnazione delle ambasciate europee, al nostro paese sono andate le briciole. L’Albania e in extremis l’Uganda, questi i due paese in cui ci sarà un ambasciatore italiano in rappresentanza dell’Unione Europea. Considerando che la Germania ha ottenuto due paesi, tra cui la Cina, la Spagna tre, tra cui l’Argentina, la Francia tre, tra cui Ciad e Zambia (con i quali ha interessi strategici), a Washington c’è un portoghese e in Giappone un Austriaco, ci accorgiamo subito dell’ennesimo due di picche che ci è stato rifilato. 
Dico l’ennesimo perché a esso va aggiunta anche la bocciatura, di qualche anno fa, per il posto di Alto Rappresentante per la politica estera (cui aspirava D’Alema). Senza contare la perdita dell’inviato speciale UE in Afghanistan, ruolo fin'ora detenuto da un italiano e che non abbiamo rappresentanti neanche nella struttura del S.E.A.E. (Servizio Europeo per l’Azione Esterna) in cui sono presenti un francese, una tedesca, un irlandese, un polacco e un danese. 
Eppure siamo tra i maggiori paesi del continente sia dal punto di vista demografico, sia economico, siamo tra i fondatori della Comunità Europea, oltre ad essere un popolo di europeisti convinti (al contrario di altri). Nonostante ciò, il nostro ruolo in Europa è sempre più marginale. Anche il The Economist in un articolo del 29 luglio scorso si chiedeva perché il nostro paese conta così poco. Secondo il settimanale britannico la risposta è che “per l’Italia, l’UE è qualcosa di noioso. Berlusconi, in politica estera, riserva il suo entusiasmo per le sue relazioni personali e diplomatiche soprattutto con paesi come la Turchia, la Russia, la Libia, la Bielorussia tutti paesi al di fuori dell’Ue che ispirano molte perplessità da parte di Bruxelles … ”. E’ ormai evidente l’inconsistenza della nostra politica estera (sempre che ce ne sia una), aggravata anche da uno scarso coordinamento tra i vari ministeri interessati. A riguardo proprio qualche giorno fa, dopo l’assegnazione delle ambasciate, il ministro Frattini ha commentato dicendo che si tratta di “normale rotazione”, mentre il ministro Ronchi ha parlato di “marginalizzazione su larga scala del sistema Italia”. La verità è che la politica estera italiana è basata, esclusivamente, sui poco chiari rapporti personali che il Premier continua a mantenere con personaggi del calibro di Putin e Gheddafi in primis. Senza considerare, le gaffes commesse dal nostro Presidente del Consiglio in importanti incontri internazionali, le decisioni (promosse dalla Lega) contro gli sbarchi dei clandestini e l’ultima uscita (spudoratamente opportunistica) di Berlusconi a favore di Sarkozy sulla questione Rom.
La famosa politica del “cucù” non sta dando i suoi frutti, anzi ci sta facendo spendere il poco credito internazionale che ci eravamo guadagnati col tempo. La visione che all’estero si ha di Berlusconi sfiora il ridicolo, viene visto più come un’affarista che come un capo di stato e spesso, come sottolineato su alcuni giornali internazionali, le sue battute vengono accettate con sorrisi di circostanza per evitare di offendere il paese che rappresenta. La politica estera è una cosa seria, in cui non si ottiene nulla con le battutine di spirito, ma ci vuole gente competente, capace di programmare una strategia unitaria e di farsi rispettare nelle occasioni che contano. La diplomazia è fondamentale anche per lo sviluppo economico del paese, basta guardare gli ultimi risultati economici della Germania, ottenuti grazia a importanti interventi diplomatici e industriali in Cina e in altri paese in via di sviluppo. Farsi sentire all’estero è un dovere per il governo italiano anche in virtù del fatto che l’Italia è uno dei paesi più impegnati nelle missioni di peace – keeping, in cui vengono messe a rischio le vite dei militari italiani. Non riuscire a far valere l’impegno e le risorse impiegate per partecipare al mantenimento della pace aggrava ancor di più il fallimento di questo governo.

mercoledì 22 settembre 2010

Non è un paese per famiglie

Le tematiche inerenti la famiglia sembrano non trovare posto nell’agenda politica. Ci sarà altro di più importante di cui discutere, non c’è dubbio, ma pensare ogni tanto ad uno dei pilastri su cui si fonda il nostro Paese non sarebbe male.
L’Italia è tra gli ultimi in Europa per la spesa dedicata alla famiglia. Leggendo il dossier 2010 di Cittadinanzattiva, si nota che la spesa per la “protezione sociale” è pari al 26,6% del Pil, in linea con la media europea del 26,9%, ma solo il 4,6% del totale è destinato al capitolo “famiglia, maternità e infanzia”. Il restante 66,6% è destinato alle pensioni, il 26,5% al sistema sanitario e il 2,3% alla disoccupazione e ad altre forme di esclusione sociale.
Il 4,6% della spesa per la protezione sociale corrisponde all’1,4% del Pil (anche se in aumento rispetto all’1,2% dell’anno precedente), contro una media UE del 2,1%. Il nostro paese impallidisce se confrontato a Danimarca (3,7% del Pil), Svezia (3%) o con il 2,8% della Germania e il 2,5% della Francia.
A subirne le conseguenze sono soprattutto le donne. Le insufficienti risorse destinate alla maternità, fanno sì che quest’ultima venga vista dalle lavoratrici come una penalizzazione per la carriera e non hanno tutti i torti. Da uno studio condotto da Menageritalia emerge che il 25% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. L’abbandono dell’impiego è dovuto all’esigenza di accudire i figli. Esigenza che può condurre ad un peggioramento del rapporto di lavoro. Sull’assistenza per la prima infanzia, occupiamo sempre le posizioni più basse della classifica UE. La presenza di asili nido è del tutto insufficiente soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, in cui la copertura raggiunge percentuali ridicole come l’1,8% della Calabria. Non è un caso che il tasso di abbandono del proprio impiego, a seguito di una gravidanza, sia maggiore proprio nelle regioni con meno asili nido.
I problemi di conciliazione tra maternità e occupazione incidono negativamente sul tasso di natalità. In una ricerca pubblicata su Lavoce.info, Daniela Del Boca e Alessandro Rosina evidenziano come sia variato il numero di figli per donna in Emilia Romagna e in Campania. Le due regioni presentano livelli di occupazione femminile rispettivamente del 62% e del 27%. Negli ultimi 15 anni la prima è passata da un numero medio di figli per donna di 0,48 agli attuali 1,48, la seconda invece da 1,51 è scesa a 1,42. E’ importante notare come maggiori livelli di occupazione femminile non incidono negativamente sul livello delle nascite (come possono pensare alcuni), ma a giocare un ruolo determinante sono i servizi offerti dalle singole realtà locali.
Risorse insufficienti sono destinate anche per quel che riguarda gli assegni per nuovi nati, figli a carico, acquisto libri scolastici e altro ancora. Da questo punto di vista la Francia è la nazione che ha investito di più, ottenendo importanti risultati demografici (con una media di 2 figli per donna) e sociali (il tasso di occupazione femminile è del 60%, in Italia è del 47%, la Calabria non arriva neanche al 30%).
E’ ora che si cominci a rivalutare il ruolo della famiglia come principale fattore di sviluppo e crescita. Bisogna avviare una nuova fase, considerando ogni nuovo nato una risorsa futura per la comunità e un vantaggio economico per la famiglia, oltre che una gioia. Molte coppie rinunciano ad avere figli o ne rinviano il momento proprio per le preoccupazioni economiche che ne derivano. Bisogna intervenire per interrompere questa tendenza e invertirla con tutti gli strumenti necessari. Asili nido comunali, assegni familiari decenti, incentivi per le nuove nascite, assegni per l’acquisto di libri e altro, darebbero un impulso decisivo alla crescita sociale ed economica del nostro paese.

giovedì 16 settembre 2010

La deriva provincialista

Nord e sud, immigrati e italiani, nuove e vecchie generazioni, giustizialisti e garantisti. Il gioco dei contrapposti potrebbe continuare all’infinito, ma rappresenta in pieno lo stato attuale della nostra società. Sembra che per vivere meglio ci sia bisogno di un soggetto cui opporre le proprie aspirazioni. Ci sentiamo orfani di nemici, da ricercare in ogni situazione che viviamo.
Il fenomeno forse è sempre esistito, ma negli ultimi decenni ha assunto un altro aspetto. Mentre in passato la contrapposizione riguardava grandi blocchi ideologici, come Capitalismo e Comunismo, che dividevano intere aree geopolitiche, oggi il cerchio si è ristretto a un ambito provinciale.
La mancanza di un partito politico di sintesi, capace di mediare tra le diverse visioni del paese, sta aggravando il processo di frammentazione sociale. In un articolo pubblicato sul Sole24ore del 14 settembre 2010 firmato da Lina Palmieri, il politologo Paolo Pombeni parla di “partiti parrocchia” per definire il carattere provincialistico degli attuali partiti politici. Il termine utilizzato sintetizza perfettamente il nuovo modo di fare politica. I partiti nazionali stanno cedendo il passo a partiti locali espressione d’interessi specifici, spesso egoistici e contrapposti all’interesse generale.
Di conseguenza, più l’interesse diventa personale, più ci saranno altri interessi personali contrapposti. Non è un caso che negli ultimi anni sta aumentando il fenomeno del campanilismo all’interno di regioni, province e comuni. L’Emilia vuole staccarsi dalla Romagna, le provincie del Lazio non sopportano le dimensioni di Roma, per non parlare delle innumerevoli richieste di nuove province o le battaglie tra città per le assegnazioni di sedi distaccate di ministeri, assessorati e altre istituzioni. Dietro ogni fenomeno di localismo c’è sempre un partito politico (o un politico) che intende sfruttare la situazione per averne un ritorno elettorale.
Il problema è sempre lo stesso, l’interesse specifico prevale su quello comune. Gli ultimi interventi di Bossi e Calderoli vanno in questa direzione, proponendo un messaggio che mira a togliere agli altri piuttosto che proporre argomentazioni costruttive. Si esorcizzano i problemi che in una nazione sono normalissimi, come l’immigrazione, la delinquenza, la disoccupazione (solo per citarne alcuni), si trova qualcuno contro cui puntare il dito e poi si propongono soluzioni stravaganti come pseudo - rivoluzioni, pseudo - secessioni, ecc. . Tutto ciò avviene a livello nazionale e si ripropone facilmente anche ai livelli più bassi, perché si tratta di sfruttare una tendenza comune a tutti gli uomini che preferiscono cercare dei responsabili per le proprie difficoltà, piuttosto che riconoscere i propri errori.
Nell’attuale situazione di stress economico, che l’Italia sta attraversando, quello che si deve evitare è proprio la politica dei contrapposti. La scarsità di risorse non deve farci cadere nell’errore di pensare che ci manchi qualcosa per colpa di qualcun altro. La politica della riflessione deve prevalere sulla politica della pancia. Per far ciò serve un partito nazionale, responsabile, capace di esercitare una forza centripeta sintetizzante, per contenere le spinte centrifughe verso alla frammentazione sociale. E’ fondamentale, quindi, ricreare un partito che non sia alla stregua di una lobby massonica, una sommatoria d’interessi particolari, ma che sia capace di investire le proprie risorse economiche e umane in una politica d’interesse comune. Abbandonare il principio dell’orticello, per afferrare il treno della globalizzazione senza esserne travolti. Porre la propria fiducia nelle nuove generazioni, affinché anch’esse abbiano la possibilità di creare le condizioni per affrontare al meglio il futuro che li attende.

martedì 7 settembre 2010

Dalla leadership alla followship politica

I politici devono rappresentare il popolo. Ci mancherebbe altro.
Ma in che modo va intesa la rappresentanza? La classe politica deve limitarsi a ripetere ciò che il popolo vuole sentirsi dire o deve prendersi l’onere e la responsabilità di fare scelte difficili, soprattutto in tempi di crisi?
Allo stato attuale, la seconda scelta si esclude da sola. Non esiste un partito capace di esprimere nuove idee e prospettive, ma solo contenitori, autoreferenziali e poco rappresentativi. Lo strumento principale per fare politica è divenuto il sondaggio, attraverso il quale scegliere le parole giuste da dire per intercettare i sentimenti dell’elettorato. Di conseguenza, si sentono annunciare riduzioni di tasse per tutti (in periodi di crisi), promesse di stabilizzazione di centinaia per migliaia di precari (sapendo che non ci sono le risorse per farlo), sfruttare casi di delinquenza comune per alimentare lo spauracchio dell’immigrazione e altri slogan simili. Si è disposti a dire tutto il contrario di tutto, perché l’obiettivo non è più il benessere della comunità, ma il proprio bacino elettorale.
Nel concreto, il messaggio politico si è arenato sul mantenimento del vecchio, piuttosto che sulla creazione di nuovo consenso. Il ricorso alla paura e alle ansie, piuttosto che alla fiducia e alla speranza è la prova dell’assenza di contenuti e di un sistema conservatore all’italiana che cerca di mantenere lo status quo delle cose per non rischiare perdite nei consensi. La classe politica sconta sempre più il deficit di competenza dei suoi membri e la società subisce la mancanza di una guida responsabile e riformatrice. I messaggi politici del Partito Comunista, della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano erano ben definiti e trainavano (anche se non è sempre stato così) l’opinione pubblica rivendicando un ruolo primario nella formazione politica del paese.
Oggi, il messaggio è stato interamente sostituito dallo slogan, creato ad arte da esperti in pubblicità. Quest’ultimo dovrebbe essere solo uno strumento da utilizzare durante le campagne elettorali, ma nell’attività politica non può sostituire il primo.
Il messaggio è complesso e consente uno scambio d’informazioni, il confronto tra più soggetti, lo slogan è semplice e diretto, utilizzato solo per una comunicazione unilaterale. Non è un caso che, chi utilizza prevalentemente lo slogan come unica fonte di comunicazione e restio ad accettare qualsiasi forma di contraddittorio.
La capacità propulsiva e il coraggio propri della leadership politica non esistono più, tant’è che ormai è più corretto parlare di followship politica.
Ciò perché, si preferisce assecondare l’elettore (solo a parole) per mantenere il proprio consenso. Questo paradosso ha portato a una fase di stallo il paese. L’operaio che va a votare ed elegge un suo rappresentante si aspetta che quest’ultimo, avendo maggiori competenze e capacità politiche, riesca a migliorare la condizione della sua comunità. Questo non vuol dire assecondare tutte le richieste dell’elettore. E’ come se il genitore per far stare zitto il figlio piccolo gli permette di mangiare sempre dolci. Il bambino magari non farà più i capricci, ma crescendo avrà problemi alla salute.
Questa semplificazione serve per dimostrare come spesso prendere delle decisioni all’apparenza penalizzanti o impopolari, è necessario per rendere il futuro migliore per tutti. I “politici” non devono assecondare l’egoismo privato e gli interessi specifici, ma presentarsi ai cittadini con una "vision" (come dicono in America), con una prospettiva e avere la capacità di farla comprendere a pieno. La gente deve essere educata a sentirsi parte di una nazione, a contribuire per l’interesse collettivo sia economicamente, sia socialmente. Il fenomeno della scarsa competenza è esteso dai livelli politici più alti fino agli enti locali, in cui in alcuni casi si assiste a una vera è propria regressione della rappresentanza politica. Piuttosto che partecipare alla vita cittadina con proposte e denunce serie, molti politici locali preferiscono svolgere il compito di "disbrigo pratiche". Compilazione di modellini per sgravi fiscali, per rimborsi di affitti e altro ancora, stando attenti a fare sembrare tutto un favore fatto per amicizia. Su questo incide molto anche la cultura dei cittadini (soprattutto anziani), ma rimane il fatto che si cerca sempre di curare il proprio orticello, non accorgendosi di compromettere lo sviluppo di un’intera comunità.

lunedì 30 agosto 2010

Non è un paese per giovani


Se la generazione dei nostri padri era quella del posto fisso, quella dei figli è sicuramente quella del posto flessibile. Da quando i nostri genitori cominciarono ad affacciarsi nel mondo del lavoro ad oggi, ne è passato di tempo. O meglio, ne sono successo di cose.
Solo per citarne qualcuna, il crollo del muro di Berlino, l’Unione Europea, la globalizzazione, tutti eventi che hanno cambiato l’equilibrio geopolitico ed economico del mondo.
Nonostante questi e altri cambiamenti, il nostro paese ha condotto una politica contraddittoria e ingenua, priva di programmazione lungimirante, basata su un incessante ricorso al debito pubblico per soddisfare interessi specifici e di breve periodo.
E’ chiaro come un sistema basato sul debito non era sostenibile nel lungo periodo e che prima o poi bisognava fare i conti con gli oneri accumulati negli anni.
Per la prima volta nella storia, il tenore di vita dei “figli” sarà inferiore a quello dei “padri” e non solo. Oltre a redditi minori, le nuove generazioni si trovano ad affrontare minori certezze reddituali e minore protezione sindacale. Si guadagna di meno, non si sa se si guadagna e non ci sono regole adeguate con le quali difendersi.
Si sente parlare di tradimento del patto generazionale.
Il nostro sistema di welfare, soprattutto la parte delle pensioni, richiede ingenti risorse finanziarie. Tutto è andato bene (per i miopi) fino a che non sono venuti a mancare alcuni requisiti fondamentali. In primis una diminuzione del tasso di natalità, la continua dequalificazione del lavoro e la comparsa dei lavoratori poveri (coloro che percepiscono uno stipendio troppo basso) hanno compromesso la sostenibilità dell’intero sistema. Sono state attuate varie soluzioni, dall’introduzione di nuovi contratti di lavoro, alla riforma del sistema pensionistico, ma sempre seguendo il principio “mettiamo in salvo gli anziani, gli altri ancora sono giovani poi si vedrà”. Il passaggio al sistema pensionistico “contributivo” equivale a una fuga con la cassa da parte della generazione precedente. A parte l’esagerazione della similitudine, la riforma era necessaria perché il vecchio sistema "retributivo" (basato sulla solidarietà tra generazioni) non era più sostenibile, quindi per sistemare un po’ le cose si è scelto di calcolare la pensione in base ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa.
Non si è considerato, però, che allo stato attuale si riesce a versare qualche contributo a partire dai 30 anni.
Per farla breve una generazione ha usufruito di un sistema solidale, poi ha cambiato le regole dicendo “ora cavatevela da soli”. La flessibilità ha consentito una riduzione del tasso di disoccupazione, ma ha portato a una crescente dequalificazione del lavoro e l’insorgere di una categoria di giovani, che nonostante abbiamo un titolo di studio superiore a quello dei genitori hanno un reddito insufficiente.
Molti giovani con un’età inferiore ai 35 anni, lavorano (anche con contratti a tempo indeterminato), ma percepiscono uno stipendio basso, spesso inferiore ai 1.000 Euro o comunque non sufficiente per rispondere alle proprie esigenze o a quelle della propria famiglia.
Le riforme del mercato del lavoro sono state fatte seguendo la logica dei numeri, in questo caso l’obiettivo è stato la diminuzione del tasso di disoccupazione, tralasciando un altro aspetto del lavoro. Lo standard di “lavoro dignitoso e produttivo”, definito in ambito internazionale, è ancora lungi dall’essere perseguito. Le conseguenze di ciò sono la sensazione d’inutilità, l’insicurezza e la vulnerabilità che impediscono a un’intera generazione di dare il proprio contributo economico e di cambiamento all’intera società. L’instaurarsi di una forma di “gerontocrazia” chiusa e autoreferenziale, presenta evidenti limiti nell’affrontare i cambiamenti in atto nel mondo. Dalle nuove crisi finanziarie, ai cambiamenti geopolitici, al nuovo rapporto con l’ambiente e con le fonti di energia, si ha la sensazione che il nostro paese stia perdendo il passo con i tempi, mentre è ancora impegnato a discutere su vecchie ideologie scomparse, su secessioni e reality show.

martedì 25 maggio 2010

Local disutility

In inglese, con il termine "local utility", che letteralmente significa "utilità locale", si intendono tutte quelle aziende partecipate da un ente pubblico. In Italia corrispondono alle famose "municipalizzate", anche se, viste le condizioni economiche in cui versano, sarebbe più corretto definirle "local disutility".
La prima legge che ne disciplinava la costituzione risale al 29 marzo 1903. La legge Giolitti (dal nome del suo firmatario) stabiliva le norme per l’assunzione diretta dei servizi da parte degli enti locali e dettava le regole per la costituzione di quelle che diventeranno le “attuali società partecipate”.
Quella legge rappresentò il “big bang” dal quale nacque l’universo delle cosiddette “municipalizzate” che continua inesorabilmente ad espandersi. Attualmente i dati parlano di un vero e proprio business (tutt'altro che economico) per la classe politica.
Il peso sulle economie regionali non è molto rilevante in percentuale al Pil, ma si calcola che a livello nazionale le circa 434 società partecipate da Regioni diano occupazione a oltre 266mila persone. Da questo punto di vista, a primeggiare, sono le regioni del Sud (Campania in testa) peraltro quasi tutti in perdita, mentre il Trentino Alto Adige e il Veneto sono le regioni più “virtuose” che riescono a mantenere costi del personale accettabili e a ottenere leggeri utili.
Il Governo Prodi aveva previsto una norma che interrompesse il proliferarsi di aziende municipalizzate e vietava agli enti locali di costituire società senza che fossero effettivamente necessarie al perseguimento di precise finalità istituzionali. La norma prevedeva anche la dismissione delle quote in quelle aziende che non rispondevano ai requisiti precedenti. Purtroppo, come spesso avviene, la norma fu soggetta a rinvii e proroghe, lasciando inalterato il sistema preesistente.
Spesso accade che l’esistenza di società pubbliche non trova una giustificazione né dal punto di vista economico, né da quello dei servizi ai cittadini. Anzi, la loro presenza in determinati settori compromette la libera concorrenza, contribuendo alla generazione di diseconomie di mercato.
La creazione o il mantenimento di una “partecipata” è dovuto a vari motivi. Eliminando i casi in cui è reso un servizio reale ai cittadini, gli altri rispondono a necessità politiche. Tramite queste imprese si possono aggirare i limiti alle assunzioni che le amministrazioni locali devono rispettare per contenere il debito pubblico. Inoltre si possono offrire posizioni di prestigio a politici “trombati” (assicurandogli lauti stipendi) cui i partiti devono riconoscenza. Considerando che la maggior parte di queste aziende non genera reddito che giustifichi gli investimenti fatti e che spesso non offrono ai cittadini dei servizi sufficienti, la reale motivazione che sta dietro all’espansione di questo fenomeno è (neanche a dirlo) il “clientelismo”. Durante le campagne elettorali, non ci sono promesse più efficaci di quelle relative ad un posto di lavoro. Questo soprattutto per le classi sociali più deboli, come padri di famiglia senza occupazione e giovani.
Il fenomeno è concentrato soprattutto nel Mezzogiorno, in cui il disagio sociale porta alla disperata offerta del proprio voto o di quello dei propri familiari in cambio della speranza (spesso vana) di ottenere una sistemazione da “qualche parte”.
Il circolo vizioso che ne scaturisce porta queste aziende a essere “riempite” di personale (in alcuni casi la relativa spesa supera il 70% dei costi totali) e ad essere perennemente sottocapitalizzate. Tutto ciò si ripercuote sui cittadini che non solo pagheranno le tariffe dei servizi offerti e ma anche le ricapitalizzazioni fatte (ogni anno) dagli enti locali per evitare i fallimenti delle “partecipate”.
La gente non si accorge che ogni volta che acquista un biglietto dell’autobus, lo paga il doppio (se non addirittura il triplo).

mercoledì 19 maggio 2010

Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di trasmigratori ... e di funzionari

Normalmente si investe in quello che si vorrebbe diventare. C’è chi investe tempo e denaro per diventare avvocato, chi invece per diventare imprenditore, chi per fare una carriera accademica ecc…
Un governo che taglia i fondi alle università, che futuro ha in mente per i suoi cittadini?
Forse alla fine, in un paese come il nostro la “ricerca” a che serve? Fare “ricerca” non comporta un ritorno elettorale, non si può fare “clientelismo” e poi le ricercatrici con quel camice bianco e lungo non fanno vedere niente. Meglio tagliare queste spese inutili.
Conviene utilizzare risorse pubbliche per i funzionari del parlamento o per i portaborse dei parlamentari. In questo modo si crea occupazione, si ha un buon ritorno elettorale, si possono fare e ricevere favori e si possono assumere belle ragazze in minigonna magari.
La cosa sembra divertente, lo è un po’ meno se si pensa che alla fine stiamo diventando un paese di questo tipo. La notizia recente è il nuovo taglio alla “ricerca” di circa 1 miliardo di Euro perpetrato da questo Governo. La sforbiciata alle finanze degli Atenei è del 14%, dato abbastanza consistente se si pensa che i fondi per le università diminuiscono col passare degli anni.
Di contro i vari funzionari del parlamento, oltre ai soliti consulenti e portaborse di deputati e senatori si vedono aumentare stipendi, pensioni e benefit. Sulla rivista ItaliaOggi del 18 maggio a pagina 3, ci sono alcune cifre che fanno capire la dimensione dello spreco in atto. Per esempio, la Camera dei Deputati mette a disposizione, di alcuni consulenti e dipendenti, circa 10.000 euro all’anno per i posti auto. Per non parlare del trattamento previdenziale che è cresciuto del 7,2% per le pensioni degli ex dipendenti del Senato e dell’8,36% per quelli della Camera. Tutto ciò mentre in Italia uno dei problemi principali sono proprio le pensioni. A questo va aggiunto che al Senato i costi per benefit vari sono aumentati di oltre il 4%.
Una classe politica anacronistica non solo non intraprende iniziative valide a contenere la "fuga di cervelli" verso l’estero, ma sembra volerla incoraggiare. A questo punto è chiaro che si preferiscono i centri massaggi alle università. Il messaggio che si manda alle future generazioni è chiarissimo: invece di dedicarsi alla cultura attraverso anni di studio e sacrifici, conviene “legarsi” a un parlamentare e per le donne in alternativa diventare massaggiatrici. Certo che se al taglio dei fondi per le università si aggiungono i tagli alla cultura fatti dal Ministro Bondi “non ci resta che piangere”.
Comunque bisogna dire che il Governo ha intenzione di tagliare anche gli stipendi di Ministri e Parlamentari del 5% (quanto??). Non ho capito bene, 5% vuol dire che chi guadagnava 10.000 Euro al mese, dopo il taglio ne guadagnerà 9.500?

martedì 18 maggio 2010

Prove di federalismo?

In considerazione del mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dai piani di rientro e dagli equilibri di finanza pubblica, il Consiglio ha concordato circa l'impossibilità di esprimere l'intesa prevista dall'art.2, comma 90, della legge finanziaria per il 2010 e di non potere pertanto consentire alle Regioni Lazio, Campania, Molise e Calabria di utilizzare le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, relative ai programmi di interesse strategico regionale, a copertura dei deficit del settore sanitario”.
Con il comunicato di cui sopra, il Consiglio dei Ministri ha negato i Fondi Fas per sanare i deficit sanitari di quattro regioni, Lazio, Campania, Molise, Calabria.
Il disavanzo generato dalla regione Calabria tra il 2001 e il 2007 secondo alcuni ammonta a circa 2,166 miliardi di Euro, secondo la Regione a circa 1,2 miliardi.
In entrambi i casi sono cifre da record negativo, considerando che il livello dei servizi sanitari offerti è decisamente scarso. La cattiva gestione del settore ha portato i conti regionali in un rosso perenne, che peggiora di anno in anno, basta considerare che nel 2008 (anno non considerato nel dato precedente) sono stati accumulati ulteriori debiti per oltre 120 milioni di Euro. Un’emorragia (per rimanere in ambito sanitario) inarrestabile che ha prosciugato le casse regionali e come spesso accade in questi casi, per risanare i disastri finanziari devono intervenire i cittadini pagando di tasca loro, quello che altri hanno dissoluto.
I Ministri Tremonti e Fazio (più il primo però) hanno lanciato un monito alle amministrazioni decentrate, dicendo che non saranno tollerati comportamenti non virtuosi e chi continuerà ad operare al di fuori del patto di stabilità dovrà renderne conto ai cittadini, che saranno chiamati a ripianare i debiti fatti dalla politica. Inoltre il Ministro della Salute, contesta alle regioni in questione la mancanza di un programma per rientrare dal deficit e la cattiva abitudine di pensare ai Fondi per le Aree Sottosviluppate come a un “bancomat”. Proprio la certezza di un intervento da parte dei vari Governi per risanare i deficit regionali, ha disincentivato i politici locali ad adottare comportanti tesi a razionalizzare la gestione sanitaria, con la conseguenza della crescita del gap tra servizi offerti e spese sostenute. Le gestioni scellerate sono dovute a due motivi, il primo è l’incompetenza dei politici, che nominano i vari dirigenti solo per motivi clientelari, il secondo è che la sanità viene usata come un’enorme bacino elettorale in cui concentrare la maggior parte della spesa, con la speranza che i vari buchi siano ripianati dai contribuenti nazionali. Come già annunciato dal Presidente Scopelliti, bisognerà aumentare le addizionali regionali dell’Irpef e dell’Irap (peraltro già al massimo), oltre ai vari ticket sanitari. Si tratta della solita morale della favola, alla fine chi paga sono sempre i cittadini.
Sui Fondi Fas sono state fatte molte polemiche, fin dai primi tempi dell’insediamento del nuovo Governo. Si sospetta che parte di essi siano stati dirottati verso altre regioni, forse del settentrione, per effetto delle pressioni delle Lega.
Poiché le quattro regioni “canaglia” sono tutte di centro-destra, possibile che il Governo amico neghi questi aiuti rischiando di compromettere il rapporto con gli elettori?
Le risposte possono essere due, la prima, ben augurante, fa pensare a un segno di discontinuità rispetto al passato e a un assaggio di federalismo con l’obiettivo di responsabilizzare gli amministratori locali. Per quanto riguarda la seconda invece, più maliziosa, non vorrei che l’aiuto sia stato negato perché i Fondi Fas non ci sono più, in quanto destinati ad altre aree del paese.

venerdì 14 maggio 2010

Lavoro nero

Secondo la CGIA di Mestre (in un articolo di qualche mese fa) l’occupazione irregolare funge da vero e proprio ammortizzatore sociale e rappresenta per le famiglie un’ancora di salvezza contro la crisi. Nei momenti di difficoltà il ricorso a forme di lavoro fuori dai canoni della legalità sopperisce alla carenza di risorse stanziate da Governi, Regioni e Comuni. Per questi motivi, il lavoro nero non andrebbe sempre demonizzato, anche perché, a quanto pare sta salvando l’economia del Mezzogiorno.
Negli ultimi anni il ricorso al lavoro irregolare non solo ha consentito alle PMI di sostenere la crisi, ma ha permesso in molti casi di generare valore aggiunto. Ciò è dovuto principalmente alla riduzione del costo del lavoro che rappresenta una delle voci di bilancio più pesanti per un’azienda, ma anche a una maggiore flessibilità del lavoro (ovvio se hai un lavoratore in nero, lo puoi trattare alla stregua di un macchinario). Da uno studio firmato da Cristiana Donati e Domenico Sarno, pubblicato sull’inserto Sud del Sole24ore del 12 maggio, si evidenzia come la scelta di operare con manodopera irregolare è diventata una vera è propria leva strategica per le imprese nel meridione. A pagina 5 dello stesso inserto c’è un’intervista a un imprenditore che ammette di avere personale in nero poiché i contributi e le tasse sul lavoro sono troppo onerosi.
E’ importante affrontare l’argomento con le dovute cautele, perché esistono vari tipi di lavoro nero, c’è quello di “necessità”, ma c’è anche quello di “convenienza”. Quest’ultimo, che secondo me è il più diffuso, è sinonimo di “sfruttamento” e dietro questa parola si annida la criminalità organizzata. Bisogna ricordare che a un lavoratore in nero non vengono versati contributi assicurativi, previdenziali e spesso non sono rispettate neanche le più semplici norme di sicurezza o di orario di lavoro. A subire questo sono le classi sociali più deboli, soprattutto immigrati, che non godono di alcuna tutela e sono, sovente, oggetto di ricatti e soprusi.
Il lavoro irregolare è una piaga che accentua gli squilibri sociali e rischia spesso di sfociare in violenza (come insegnano i fatti di Rosarno). Attenzione quindi a trovare giustificazioni economiche al suo utilizzo, l’occupazione irregolare va condannata e punita in tutti i casi. Il governo deve intervenire seriamente per contrastare questo fenomeno, ponendolo ai primi posti dell’agenda politica. A poco servono le promesse, in Italia e in particolar modo nel suo meridione si parla di punte del 30% di lavoro nero. Il dato è da allarme sociale, ma non se ne sente parlare in Tv, a parte quando succedono disgrazie gravi.
La tutela della persona e in particolar modo del lavoratore non deve mai passare in secondo piano, soprattutto in uno Stato come il nostro, che è fondato sul lavoro come recita la nostra stessa Costituzione. Il lavoro è un mezzo di emancipazione sociale, oltre che economica, quindi prima di promuovere teorie, bisogna valutare entrambe le dimensioni. Spesso si tende a sacrificare tutto in nome dell’economia, dimenticando che una società vive soprattutto di libertà e diritti fondamentali. Certo non si può incolpare chi, disperato, accetta un lavoro in nero, ma non è questo il punto, deve essere lo Stato a creare le condizioni affinché questo non avvenga. Una Nazione che si rispetti non può permettere che un suo cittadino baratti la sua libertà per una momentanea sicurezza economica, perché chi lavora in nero lo fa per sopravvivere, non per vivere.
Chiudo con una frase di Benjamin Franklin che diceva:

“Chi è disposto a rinunciare a una libertà fondamentale per acquisire un po' di temporanea sicurezza non merita né libertà né sicurezza”.

domenica 9 maggio 2010

Ma le agenzie di rating a che servono?

Sono agenzie che valutano il “debito” dei paesi di tutto il mondo. Danno giudizi sul grado di solidità finanziaria e merito creditizio di soggetti quali Stati, enti, governi, imprese, banche, ecc. Si tratta di un tripolio, in cui Moody’s, Standard & Poor’s e Ficht si spartiscono l’universo finanziario mondiale facendone il buono e il cattivo tempo. Negli ultimi anni, hanno avuto ricavi enormi, basta pensare che la sola Moody’s tra il 2005 e il 2009 ha generato utili per 2,8 miliardi di Euro (2.800.000.000 di Euro per capirci meglio). Le “tre sorelle” sono vere e proprie galline dalle uova d’oro che operano in un sistema finanziario che sembra non poter fare a meno di loro. Sono considerate le sentinelle dei mercati, però non vedono quasi mai arrivare i “crack” finanziari e quando se ne accorgono come nel caso della Grecia lo sapevano già tutti. Negli ultimi anni non ne hanno beccata una, basta pensare al caso Lehman Brothers che fino a qualche giorno prima di dichiarare “default” si vedeva confermata la tripla A massima solidità), alla crisi Argentina e alla crisi delle tre tigri asiatiche.
A quanto pare la loro attività è contraddistinta da fasi in cui sembrano addormentate e altre in cui sono iperattive. Nel caso dell’Italia non ci pensano due volte a scalare il rating, per poi ritrovarci più solidi della Spagna (ora tra le principali candidate ad essere la prossima “Grecia”) alla quale veniva dato un giudizio più alto. Il loro meglio però, lo danno nei momenti di difficoltà dei mercati, come in questo periodo, forniscono assist perfetti per gli speculatori, com’è successo per le bocciature dei debiti di Portogallo e Spagna e del solito fallito tentativo di farlo sull'Italia. Ultimamente la discussione sulla loro effettiva utilità e indipendenza si è riaccesa, con le dichiarazioni del Cancelliere tedesco Angela Merkel e del ministro dell’economia francese Christine Lagarde, che ha proposto un rafforzamento del controllo da parte dell’autorità di mercato francese sulle tre agenzie in questione. A riguardo, però, l’U.E. non ha ancora intrapreso nessuna azione per aumentare la trasparenza del mercato finanziario, consentendo alle tre agenzie di continuare a operare come se niente fosse.
A questo punto la domanda da porsi è la seguente: vuoi vedere che, in fondo in fondo, il loro modo di “non funzionare” fa comodo un po’ a tutti?
Le metodologie utilizzate dalle agenzie di rating sono poco trasparenti e basate anche su valutazioni del tutto personali degli analisti. La parte empirica, basata su calcoli e numeri, è solo una parte di un complesso sistema di analisi facilmente influenzabile da altri fattori esterni. Dopo gli ultimi eventi è ormai certo che queste agenzie non sono né trasparenti né tantomeno indipendenti. La loro attività è parte integrante di un sistema finanziario internazionale impantanato nella palude d’innumerevoli conflitti d’interesse, dove i “controllati controllano i controllori”. Non è un gioco di parole, è la sintesi della debolezza insita nella finanza mondiale, in cui non esistono regole precise e affidabili che diano garanzia al mercato. In Italia ne sappiamo qualcosa dopo gli scandali che hanno coinvolto l’ex governatore della Banca d’Italia e i vari “furbetti del quartierino", oltre ai noti crack finanziari di Cirio e Parmalat.
Non per essere maliziosi, ma chi sono i proprietari delle tre agenzie?
A parte Fitch che ha due azionisti principali come la società francese Fimalac e il gruppo editoriale Hearst, le altre due hanno un controllo diffuso sul mercato, con quote di proprietà principalmente in mano a fondi sovrani statunitensi e banche d’affari, in Moody’s bisogna segnalare che il principale azionista è Warren Buffet uno dei più importanti investitori di Wall Street. Possedere parte del capitale di una di queste agenzie potrebbe indurre la tentazione di accedere a informazioni sensibili e privilegiate, non accessibili a tutti. Magari, ragionando per assurdo, se fossi Warren Buffet è possedessi un titolo e se, sempre per assurdo, venissi a sapere che questo titolo verrà bocciato (dall’agenzia di cui detengo la maggiore quota di proprietà) con la conseguente perdita di valore, magari mi verrebbe la tentazione di venderlo prima che il mercato lo venga a sapere.

mercoledì 5 maggio 2010

Il paradosso dell'emigrazione nel Mezzogiorno.

Nel 2008 le regioni meridionali hanno registrato un saldo migratorio negativo di quasi 60mila giovani. Il dato emerge da uno studio pubblicato sull’inserto Sud del Sole24ore del 5 maggio.
L’articolo parla di come l’emigrazione sia ancora uno dei grandi problemi del Sud che comporta un costo per l’intera macroarea di circa 13miliardi di euro. Il valore è ottenuto moltiplicando il saldo migratorio interno per i costi sostenuti da Stato e famiglie per assistere e far studiare i propri giovani.
Per esempio, sempre secondo la simulazione in esame, un giovane in possesso di una laurea magistrale costa circa 302mila euro di cui, 185mila euro a carico della famiglia e 117mila euro a carico dello Stato.
La questione su cui soffermarsi però è un’altra, spesso (anzi sempre) un giovane meridionale “emigrato” si trova a beneficiare del sistema sanitario e dell’istruzione della sua regione d'origine, mentre una volta diventato soggetto produttivo si ritrova a versare le tasse in un'altra regione (spesso del Nord). In pratica l’onere del welfare spetta la Sud, mentre il gettito va al Nord. Questo sistema di cose spinge il Mezzogiorno in un paradosso, che rischia di aggravarsi in un sistema federalista che non assicuri un buon livello di solidarietà interregionale.
C’è anche da considerare un altro fattore non meno importante di quello strettamente economico, la perdita di giovani qualificati, priva il Mezzogiorno proprio delle competenze di cui avrebbe bisogno. Infatti, al di là dei problemi economici dell’Italia meridionale, quello che manca veramente è una classe dirigente con conoscenze e capacità tali da permettere un ricambio generazionale di qualità nelle varie istituzioni e nei settori produttivi.
Le università sfornano continuamente giovani che riescono a imporsi in tutte quelle aree in cui trovano terreno fertile per coltivare le conoscenze e le competenze acquisite, siano esse in Italia o nel resto del mondo. Il continuo deflusso di persone con maggiore dotazione di capitale umano finisce per impoverire ulteriormente l’area di origine, portando ad un aumento del divario di crescita tra Sud e Nord.
Il Mezzogiorno è incapace di trattenere le proprie risorse umane, rinunciando, di fatto, a un fattore chiave per la crescita socio-economica regionale. Allo stato attuale, in nessuna regione del Sud è attiva o prevista una qualsiasi forma di contrasto al flusso migratorio in uscita. In questo contesto le autorità politiche regionali e nazionali dovrebbero, di concerto, trovare soluzioni tese ad arginare il problema dell’emigrazione. Le prime potrebbero iniziare con la creazione di un vero è proprio “osservatorio” che consenta di valutare e definire l’entità del fenomeno per studiarne le determinanti e le relative contromosse. Le seconde, in previsione del federalismo, potrebbero convincere le regioni che beneficiano della migrazione a creare un fondo “perequativo” che restituisca (almeno in parte) al Sud il capitale speso per formare risorse umane di cui il Nord beneficia (con la Lega al governo mi sa che è pura fantascienza!).

venerdì 30 aprile 2010

Commento sulle "10 buone pratiche".

Le proposte contro la crisi, chiamate le "10 buone pratiche", presentate dal vice segretario On. Enrico Letta, rappresentano le risposte che il PD vuole dare alla gente rispetto alcuni argomenti importanti per la collettività. A mio avviso i due temi principali, sui cui sono puntati gli occhi degli elettori, sono il 2° (Fisco) e il 6° (Giovani e Lavoro).
Relativamente al primo dei due argomenti non sono rimasto molto soddisfatto per i seguenti motivi.
Come si fa a ridurre il peso fiscale su chi lavora e chi produce, quando sappiamo che una riduzione generale delle tasse in Italia non è possibile? Con il debito pubblico che ci ritroviamo, una riduzione generale delle entrate fiscali peggiorerebbe le casse del nostro paese e ci ritroveremmo a ricorrere a ulteriore indebitamento pubblico per coprire il fabbisogno statale.
L’Ici ne è un esempio, molti comuni si sono trovati in difficoltà per il minor gettito fiscale ed hanno dovuto aumentare altre tasse comunali. Si aumenta la tassa sui rifiuti, la tassa di occupazione del suolo pubblico, si riempiono le città di parcheggi a pagamento (le famose strisce blu) e i soldi che risparmiamo dall’eliminazione dell’Ici, lì spendiamo pagando i posti auto. In questo modo non si fa altro che tirare la coperta da una parte e scoprire il resto corpo.
Sarebbe più interessante discutere su un’eventuale riduzione della tassazione sul lavoro dipendente (giacché è tra le più alte d’Europa) e, ancora meglio, spostare parte dell’imposizione fiscale dal reddito ai consumi. Dai dati forniti sulle dichiarazioni dei redditi, scopriamo che ci sono professionisti e imprenditori che dichiarano redditi inferiori a quelli di un lavoratore medio, ma possiedono auto di lusso, case, yacht e altri beni.
Altro punto critico è il 6°, come si fa a superare la precarietà con nuovi contratti di lavoro? Non conviene migliorare quelli già esistenti? Quest’argomento è, comunque, strettamente legato alla riforma fiscale, senza una riduzione della tassazione sul lavoro dipendente, sarà difficile risolvere la questione del “precariato”, perché fin quando non sarà conveniente assumere a tempo indeterminato o per periodi accettabili (no per un mese), si può stare certi che non lo farà nessuno.
Sempre su questo punto non è stata citata la questione dei lavoratori poveri (sotto pagati), cioè, quelle persone che nonostante possiedano un regolare contratto di lavoro, anche a tempo indeterminato, percepiscono un salario molto basso che, di fatto, non gli permette di avere una vita dignitosa o, soprattutto per i più giovani, affrontare le scelte importanti della vita come andare a vivere da soli, sposarsi, avere un figlio, contrarre un mutuo, ecc…. .
Riguardo alle altre proposte del documento, comunque condivisibili da un punto di vista generale, ho però notato una certa "retorica" che è sintomo di un partito ancora distante dai veri problemi della gente. Se vogliamo cambiare modo di fare politica, non dobbiamo proporre cose “scontate” o comunque “non fattibili” (perché in questo non siamo bravi quanto lo schieramento avversario), ma far capire alla gente che le promesse fatte dall’altra parte sono fasulle.
Il rinnovamento passa anche dal dire alle persone le cose come stanno, proponendo quello che è necessario per vivere meglio, no quello che tutti vorrebbero sentirsi dire (come chi ha promesso addirittura la cura ai tumori).

lunedì 26 aprile 2010

Fare di necessità virtù o continuare indefessi verso il rinnovamento?

Dopo la crisi scoppiata nel PDL, il Partito Democratico si trova a dover fare i conti con un dilemma: approfittare del dissenziente Fini, facendosi mediatore tra tutte le opposizioni esterne e interne al partito di governo o puntare solo su se stessi, mediante una profonda ristrutturazione organizzativa? Com’è facile intuire le due tesi sono argomento di discussione all’interno del PD tra i “pratici” e i “teorici”, tra chi “guarda in avanti” e chi “si guarda anche intorno (e indietro)”.
Fare di necessità virtù vuol dire, ricreare un insieme di alleanze tra gli oppositori di Berlusconi, rispolverando l’arte del compromesso e strizzando l’occhio a chiunque si ponga come obiettivo quello di far cadere il governo. Continuare indefessi nel cammino del rinnovamento significa escludere la prima scelta e in un certo senso non approfittare delle disgrazie altrui e continuare nella lenta azione di costruzione del partito. Entrambe le soluzioni hanno dei pro e dei contro, la prima darebbe risultati nel breve periodo, metterebbe in serie difficoltà il governo, ma rischia di riportare al passato, rimanendo senza contenuti e con una serie di alleanze di sigle (con conseguenti problemi di tenuta). La seconda non darebbe risultati immediati perché necessita di un processo di combiamento lungo che ancora non è neanche iniziato e una chiarezza sui temi che si vogliono portare agli elettori, ma potrebbe portare alla creazione di quel partito progressista e riformista che ancora manca nel nostro paese.
Fare cadere il governo e ridimensionare le aspettative della Lega è un obiettivo di non poco conto, anzi per alcuni, è l'obiettivo degli obiettivi, ma per raggiungerlo qual'è il prezzo da pagare?

sabato 24 aprile 2010

PD(F) - Partito Democratico Feudale


Un partito politico è una forma di associazione di persone accumunate da una comune visione su questioni fondamentali dello stato, della società o su temi specifici e particolari. La funzione principale del partito è di fare da mediazione tra lo Stato e i cittadini.
Attualmente in Italia, e in particolar modo in Calabria, questa funzione non viene svolta. Il Partito Democratico non solo non rappresenta i cittadini, ma neanche i suoi stessi iscritti. L’attività sul territorio è nulla, il ricambio generazionale non esiste e la maggior parte degli militanti non si riconosce nei vari dirigenti e coordinatori locali e nazionali.
Di fatto il PD in Calabria non esiste come “partito” nella concezione stretta del termine, ma esiste solo come entità politica capace di avere un ritorno elettorale dovuto a due ragioni, la prima è il voto inerziale di coloro che si riconoscono in uno schieramento politico indipendentemente dalle circostanze che si verificano e la seconda è il voto di contrapposizione allo schieramento avversario.
L’ultima sconfitta elettorale in Calabria è il risultato annunciato per un partito che non riesce ad esprimere alcuna idea innovativa e che non riesce a svolgere la sua vocazione progressista e riformista. La politica sul territorio non esiste, le sezioni sono diventate piccole roccaforti create ad hoc per avere una base di tesseramento che consenta la candidatura alle successive elezioni.
Si è così delineata una struttura di partito oligarchica, in cui si formano i vari piccoli feudi che fanno parte di una più ampia rete vassallatico-beneficiaria basata principalmente sullo scambio clientelare tra i vari portatori di preferenze e tessere. Gli eletti ai vari livelli, dal momento dell’insediamento hanno come priorità quella di organizzare e definire le alleanze per la creazione o il mantenimento della rete clientelare che assicuri il flusso di preferenze necessarie per la propria futura rielezione.
La discussione e la critica sono molto ridotte e in ogni caso punite con l’esclusione dalla rete vassallatica e quindi l’isolamento politico all’interno del partito.
La debolezza della segreteria nazionale che non riesce a imporsi nelle realtà locali, ha portato all’imposizione non solo di candidati non condivisi dagli elettori, ma anche di coordinatori regionali e provinciali non riconosciuti tali dagli iscritti poiché imposti dall’alto solo ed esclusivamente per controllare i livelli locali del partito. In queste condizioni, i coordinatori non svolgono alcun ruolo di coordinamento, ma una funzione di rappresentanza sul territorio del feudatario che li ha imposti, come i vassalli cui era concesso un beneficio in cambio di fedeltà verso il proprio signore.
Il caso Calabria è un esempio di rottura tra popolo e partito, gli iscritti non seguono le direttive di gruppo per il semplice fatto che non le condividono, ma non possono esprimerlo liberamente proprio perché non hanno rappresentanti interni capaci di portare avanti le loro istanze e l’unica arma che rimane, è il voto. Il fenomeno del voto disgiunto è il risultato di questa rottura ed il messaggio è chiaro, si tratta di una bocciatura a tutta la struttura del Partito Democratico da parte di coloro che speravano in un partito progressista e si sono ritrovati un partito feudale.